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 Città di Aquino
Città di Aquino >> Personaggi illustri

 

PERSONAGGI ILLUSTRI

 
Aquino è patria di grandi personaggi che si sono succeduti nel corso dei secoli.
Non è un caso che quelli che hanno più vasta notorietà sono vissuti nei periodi in cui questa Città, ha avuto veramente una sua storia, e cioè l'epoca romana e medievale.
A quest'ultimo periodo risale la nascita della Contea e quindi del Conti di Aquino dalla cui stirpe, che non si è estinta nemmeno ai nostri giorni, anche se si è divisa in tanti rivoli, sono uscite tante personalità illustri nei più diversi campi del sapere.
Tra i tanti personaggi illustri che Aquino vanta, Rinaldo d'Aquino, rimatore della "Scuola Siciliana", vissuto alla fine del '200, citato anche da Dante, Filippo d'Aquino (Guida Mordechai) grande ebraista del '600 che si convertì al cattolicesimo e si fece battezzare nella Città di qui assunze il nome; Latislao d'Aquino vissuto alla fine del '500, Nunzio Apostolico in Svizzera e a Torino, fu nominato cardinale nel 1616, e diversi altri. Dei tre più noti originari di questa città riportiamo un breve profilo storico cominciando dall'Aquinate per eccellenza, San Tommaso, per proseguire poi con il grande poeta satirico Giovenale e quindi Caio Pescennio Negro, sfortunato Imperatore Romano che l'urbe non volle mai riconoscere.
 
 
 
 
IL GIGANTE DEL PENSIERO GLORIA DELLA CITTA’
SAN TOMMASO D'AQUINO
di Tonino Grincia
 
 
Quando San Tommaso nacque, nel 1226, la città di Aquino era al centro di una vastissima contea cui dava il nome e di cui facevano parte tutti i paesi che oggi la circondano.
A capo di questa contea era proprio il padre di Tommaso, il conte Landolfo, che, oltre a lui, ebbe numerosi altri figli tra cui Marotta, che seguendo l'insegnamento e l'esempio del grande fratello, divenne monaca, e Rinaldo, che morì «per fedeltà alla Chiesa» contro l'Imperatore.
La famiglia era una delle più importanti dell'Italia meridionale, e il conte Landolfo, «Giustiziere» di Terra di Lavoro, era continuamente in guerra, per lo più prestando aiuto a Federico Il, il grande Imperatore di Germania e di Sicilia, suo lontano parente che fu per molto tempo in lotta contro il Papa, e che oggi è ricordato soprattutto per l'impulso che diede alla rinascita nel suo regno, dell'arte, delle lettere, della filosofia e delle scienze. Ma non furono certamente le sue imprese di guerra, né la sua potenza, né la sua ricchezza che diedero fama e onore a Landolfo. Fu, invece, la santità e la sapienza di uno dei suoi tanti figli a consegnare alla storia e quindi al ricordo dei posteri, il nome suo e quello della sua famiglia.
Ciò, anche se fu proprio Landolfo a riempirgli la strada di ostacoli: per lungo tempo, infatti, non volle accettare la scelta di vita di Tommaso condotta all'insegna della povertà, dello studio e della santità. Una opposizione, quella di Landolfo, che non era molto condivisa dalla moglie, la contessa Teodora, la quale in cuor suo sapeva che quel figlio era destinato a cose grandissime, ma non del genere desiderate dal padre.
Perciò quando Tommaso, nonostante fosse vissuto per parecchi anni nel Monastero benedettino di Montecassino, manifestò l'intenzione di entrare in un Ordine mendicante, ella capì subito che questa era la volontà di Dio e questa era la strada che doveva percorrere. Infatti dovette subito ricordare la profezia che in un lontano giorno, quando ancora non si era resa conto di essere incinta di Tommaso, le fece un monaco chiamato Bono che conduceva vita da eremita nelle grotte dei monti che circondano Aquino.
«Gioisci madonna», le aveva detto, perchè tu sei incinta e partorirai un figlio che chiamerai Tommaso ... Dio disporrà altrimenti della vostra volontà: egli sarà frate dell'Ordine dei Predicatori e rifulgerà per tanta scienza e santità di vita che nessuno potrà trovarsi nel mondo tra i suoi contemporanei da reggergli a confronto».
E che Tommaso fosse sotto la protezione divina fu praticamente confermato dal fatto che, quando in una notte di tempesta, un fulmine colpì la stanza dove dormiva Tommaso bambino insieme ad una sorellina, costei morì, mentre il futuro predicatore ne uscì miracolosamente illeso.
L’opposizione paterna perciò servì solo a rafforzare la vocazione e la decisione che Tommaso prese a Napoli, presso la cui Università fu mandato a continuare gli studi dietro pressione dello stesso abate di Montecassino, impressionato dalle capacità fuori dal normale del giovanissimo studente. Fu qui che la sua intelligenza si manifestò in modo superlativo superando brillantemente tutte le discipline universitarie, in special modo la Logica e la Filosofia.
Qui Tommaso si buscò dai propri compagni l'appellativo di "Bue Muto" per la sua massiccia figura e perché, pur essendo il primo nello studio, era umile, serio, taciturno. Un appellativo questo che, qualche anno dopo, farà esclamare al più famoso filosofo di quel tempo, quell'Alberto Magno che a Colonia fu suo maestro: «questo "bue muto" manderà un giorno un tale muggito che ne risuonerà tutto il mondo': Fu ancora a Napoli che all'età di diciassette anni e dopo una lunga maturazione, entrò nell'Ordine mendicante dei frati Predicatori, fondato da San Domenico.
La famiglia tentò con ogni mezzo di opporsi, soprattutto con la forza, metodo che a Landolfo, uomo d'arme e rude castellano, sembrava il più efficace.
Come in una scena da film western, i fratelli di Tommaso si lanciarono all'inseguimento del congiunto, che, dopo l'ordinazione, si era messo in viaggio per Parigi con alcuni confratelli tra cui il Maestro dell'Ordine. Lo presero a viva forza, e per oltre un anno fu tenuto prigioniero nelle fortezze di Monte San Giovanni Campano e di Roccasecca. Ma dopo aver usato tutti i mezzi in suo possesso, fino ad arrivare all'espediente di introdurre nella stanza del frate, per tentarlo, una bella donna che egli non esitò infuriato a scacciare con un tizzone ardente, la famiglia dietro pressione soprattutto della madre, decise di liberarlo.
Ormai l'opposizione familiare poteva dirsi conclusa. Libero da queste preoccupazioni, Tommaso si recò a Parigi e quindi a Colonia dove divenne l'assiduo discepolo del celebre monaco del suo stesso ordine, Alberto Magno.
A Colonia, alla scuola di Alberto, che rimase sbalordito dalla sua facilità di apprendimento, di applicazione allo studio e di ragionamento, la fama della immensa erudizione di Tommaso incominciò a spargersi ovunque in Europa. Molti studiosi e uomini di Chiesa si rivolgevano a lui ormai per risolvere delicate questioni teologiche e filosofiche.
Ad Alberto Magno resterà poi legato da profonda devozione e venerazione per tutta la sua breve vita. E fu lo stesso suo maestro che lo segnalò all'Università di Parigi, la più «infuocata» e più famosa e frequentata università di allora. " grande predicatore entrò a Parigi preceduto da una vasta fama, che in questa città si allargò a dismisura. Le sue lezioni erano seguite da un pubblico di studenti ogni giorno più folto; le dispute teologiche che erano frequentissime, lo vedevano sempre partecipe polemico, ma pacato, e i suoi interventi erano seguiti con un fervore appassionato da studiosi e gente comune. La sua mente era sempre occupata a studiare risposte da opporre alle argomentazioni degli avversari. Non si contano gli aneddoti che circolano su di lui in questo periodo. Si dice che un giorno, mentre era seduto al tavolo di Luigi IX il Santo, sbottando all'improvviso, e battendo un pesante pugno sul tavolo, esclamasse: «Ecco la risposta da dare ai Manichei!», scandalizzando gli altri commensali ma non il re, che, anzi, fece portare l'occorrente perché Tommaso potesse appuntare l'idea che lo aveva illuminato.
Dopo alcuni anni venne richiamato in Italia dove le maggiori università gli misero a disposizione le loro cattedre. Insegnò a Roma, insegnò a Napoli. Intanto nei ritagli di tempo tra le lezioni, i viaggi, che allora prendevano un tempo lunghissimo, prediche, tempo che egli passava in meditazione e in preghiera, scriveva le sue opere. Grandi e immortali opere, tra cui le sue due maggiori, la Somma contro i Gentili e soprattutto l'immensa Somma Teologica. Oltre a queste, Tommaso scrisse un centinaio di opere «minori». A 48 anni era l'uomo più in vista della Chiesa in quanto a dottrina, e come tale il Papa Gregorio X lo chiamò come esperto al Concilio di Lione. Si rimise dunque in cammino per la Francia. Partito da Napoli, si fermò anche ad Aquino, come attestato da una lettera che scrisse da qui all’Abate di Montecassino. Era ripartito da poco quando cominciò a sentirsi male e per questo il viaggio si bloccò a Maenza, dove fu ospitato nel castello della nipote Francesca d'Aquino che lo accolse con devozione e venerazione. Qui purtroppo il male peggiorò, e sentendosi ormai vicino alla fine, espresse il desiderio di farsi trasportare nella vicina Abbazia cistercense di Fossanova, perché, come egli disse: «Se il Signore mi vuole visitare è meglio che mi trovi in una casa di Religiosi»
Tommaso fu ospitato nella cella dell'abate, e tutti i monaci si prodigarono in ogni modo per alleviargli le sofferenze. La fine però era vicina; dopo aver chiesto e ottenuto l'Eucaristia, circondato dai confratelli e dai frati dell'Abbazia, dolcemente morì.
Era l'alba del 7 marzo 1274. In quello stesso giorno a Colonia il suo Maestro Alberto Magno piangendo seppe da una visione della sua morte.
Da allora sono trascorsi sette secoli e l'eco del suo nome e della sua dottrina, invece di affievolirsi, si sono ingigantiti. Dal nome di Tommaso è derivato un nuovo ramo della filosofia chiamato«tomismo»; sotto la sua protezione il grande Papa Leone XIII volle porre le scuole cattoliche. A lui sono intitolati Istituti, giornali specializzati, centri di studio in ogni angolo del mondo, Università che tanto tempo fa furono nobilitate dal suo insegnamento.
«Aquinate» si chiama la grande facoltà di teologia dell'Italia meridionale a Napoli; «Angelicum», da uno dei tanti appellativi che ebbe in seguito, si chiama una pontificia università di Roma, retta dai suoi confratelli; «San Tommaso d'Aquino» è il nome di una delle più importanti Università della grande Asia, quella di Manila nelle Filippine. E altre ancora, nel Nuovo e nel Nuovissimo Mondo, terre di cui il nostro grande Santo ignorava, come tutti i suoi contemporanei l'esistenza.
Tempo fa in un articolo, il prof. Ettore Paratore chiamandolo «nostro grandissimo connazionale», ha detto che Tommaso d'Aquino è stato "il più forte, il più esemplare temperamento di ragionatore che si sia mai trovato al mondo». Ma le definizioni su di lui e sulla sua opera non si possono contare, tante sono oggi e sono state numerose attraverso i secoli.
E da secoli, grazie a Lui come ebbe a rimarcare il Papa Paolo VI il 14 settembre 1974 nella grande piazza a lui intitolata, in mezzo ad una moltitudine di popolo, insieme al suo, anche il nome di questa città, "Vola per gli spazi e per il tempo”.
(Testo del 1990)
 
Lettera che San Tommaso scrisse in Aquino all'abate di Montecassino mentre era in viaggio per partecipare al Concilio di Lione
 
"...e io penso che non senza volontà del Signore sia intervenuto, che le vostre lettere, mentre ero in punto di muovere per Francia, mi capitassero in Aquino..." 
 
Al Reverendo Padre in Cristo Signor Bernardo per la grazia di Dio venerabile Abate Cassinese il fratello Tommaso di Aquino, suo devoto figliuolo, gli si protesta sempre ed in ogni luogo pronto all’obbedienza:
Venerando Padre, era mio desiderio che adunati i Padri, i quali sono andati in iscandalo dalle parole dell’illustre Dottore Gregorio, io ti soddisfacessi a bocca; ma di ciò fare sono stato impedito e dalla continua occupazione nel divino uffizio, e dal prolungato digiuno. E per avventura ciò non sia disutile, perché quello che si scrive non pure de’ presenti, ma torna in servizio eziandio degli avvenire. E mi penso che non senza volontà del Signore sia intervenuto, che le vostre lettere, mentre ero in punto di muovere per Francia, mi capitassero in Aquino dove il B. Mauro, discepolo del santissimo padre nostro Benedetto, fu degno ricevere le lettere ed i sacri doni di così gran Padre. Ed acciocché i dubbiosi ne vadano meglio certificati, è bene ripetere qua del B. Gregorio quelle parole che inducono dubbio ed errore agl’ignoranti. E’ dice: “E’ da sapere, che la benignità di Dio concede a’ peccatori tempo a pentirsi ma poiché rivolgono la grazia del tempo non ad usar penitenza, ma a continuare le loro iniquità, è perdono quello che potevano meritare dalla divina misericordia, avvegnaché l’onnipotente Iddio antivegga per la morte di ciascun uomo quel tempo in cui la vita di lui ha termine; né in altro tempo altri può morire se non in quello che è muore. Imperocché se al viver d’Ezechia furono aggiunti altri quindici anni, il tempo di sua vita crebbe da quell’ora in cui egli doveva morire, perciocché la divina mente allora antivide il suo tempo nel quale poi lo sottrasse dalla presente vita”. Nelle quali parole il Dottore assai chiaramente pone la duplice considerazione che debbesi avere di ciascun uomo, una in rapporto a sé, e l’altra in rapporto alla divina prescienza. Uomo considerato in rapporto a sé, cioè in quelle cose, che intervengono intorno a lui, non soggiace a necessità; ma può stare che avvengano intorno a lui alcune cose, le quali possono sortire tutt’altro effetto, il che pone espressamente de’ peccatori dove dice: “Poiché la grazia del tempo è spendono non ad usar penitenza, ma opere d’iniquità, perdono quello che potevano acquistare dalla divina misericordia”. Se dunque potevano acquistarlo, non lo perdono di necessità. Onde si vede, che quelle cose che cadono contro l’uomo non si derivano da necessità. L’istessa ragione ora fa della morte e di ogni altra cosa che l’uomo opera o subisce, imperocché tutto è sottoposto alla Divina Provvidenza. Se poi l’uomo va considerato rispetto alla prescienza di Dio, quelle cose che opera o subisce in certo modo importano alcuna necessità, per fermo non assoluta, di qualità che considerate in se stesse non possono altrimenti avvenire, ma condizionale, perché veramente questa necessità condizionale apparisce necessaria. Quando Iddio antivede una cosa, questa avverrà. Non possono stare queste due cose insieme, ciò che qualche cosa si antivegga da Dio, e la non sia. Se così fosse, la divina prescienza fallirebbe. E poi è al tutto impossibile, che la verità soffra falsità; e questo significano le seguenti parole del B. Gregorio quando dice: “Abbenché l’onnipotente Iddio antivegga per la morte di ciascuno quel tempo in cui termina la sua vita, né alcun poté morire in altro tempo, se non in quello istesso, che fu da Dio antiveduto di morire. Perciocché non possono queste due cose marciare bene insieme, cioè che Iddio sappia innanzi che altri muoia in un tempo posto, e poi si muoia in un altro. Se così fosse, la scienza di Dio fallirebbe. Considerato poi l’uomo rispetto a sé, egli può morire in altro tempo. Chi pone in dubbio, che egli si è potuto morir prima passato di coltello, o di arsione, o finir la vita in un precipizio o strozzato? Questa distinzione è contenuta nelle seguenti parole di lui, perciocché soggiunge: se gli anni aggiunti al vivere di Ezechia furon quindici, il tempo di sua vita crebbe da quell’ora, in cui egli doveva morire. Sarebbe da stolido il dire, che altri meriti quello che è impossibile accadere. Egli adunque rispetto a sé poteva morire in quel tempo, ma in rapporto alla divina scienza non potevano queste due cose essere simultaneamente, cioè che e’ morisse in un tempo, e Iddio innanzi sapesse lui dover morire in altro tempo, e ... [mancano alcune parole nel testo]
Volendo noi con fede chiara indurre queste verità nell’animo de’ dubbiosi, egli sarà bene porre qui la differenza tra l’umana e divina conoscenza. Poché l’uomo è soggetto al mutamento e al tempo, nel quale e prima e dopo le cose hanno luogo, egli ne prende notizia successivamente, quali prima e quali dopo; e di qua nasce che raccordiamo il passato, veggiamo il presente, e prognostichiamo il futuro.
Ma Iddio, come quegli che è fuori ogni mutamento siccome è detto da Malachia: “Io il Signore non mi muto” così si esclude ogni succession di tempo, né in Lui trovasi il passato, il futuro ma in un punto solo gli stanno dinanzi e il futuro, e il passato siccome egli stesso dice al servo Mosè: “Io sono quegli che sono!”. Per tal modo adunque egli ab eterno seppe, che tal uomo non si morrebbe in tal tempo, siccome a nostra maniera parliamo, mentre che a modo di lui sarebbe da dire, e’ vede morire, come io veggo Pietro sedere. Egli è poi chiaro, che da questo, che io veggo alcun sedere non gli nasca necessità di farlo. E impossibile, che queste due cose siano ad un tempo vere, e somigliantemente, che Iddio sappia, che alcuna cosa sarà, e la non sia: né per questo però le cose future accadono di necessità. Ecco, o Padre carissimo, ciò che io secondo gli ordini vostri ho scritto per trarre dall’errore i fuorviati. Le quali cose se a costoro non parranno sufficienti, io per obbedirvi non mi terrò di tornarvi su per iscritto. La Paternità vostra viva lungamente felice. Il fratello Rainaldo vi si raccomanda.
 
 
 
 
 
GAIO PESCENNIO NEGRO
 
Generale romano nativo di Aquino, entrò a far parte del Senato; combatté vittoriosamente contro i barbari e successivamente ebbe il governo della Siria.
Alla morte di Pertinace nel 193 si fece proclamare imperatore ad Antiochia e ottenne il riconoscimento delle province orientali.
Ma in Occidente ebbe la meglio il rivale Settimio Severo, che si impadronì del potere ed ebbe il riconoscimento del Senato.
Pescennio si scontrò così con le forze di Severo, ma, indebolito anche della diserzione di alcune legioni, fu battuto presso Antiochia.
Si rifugiò in questa città da dove tentò di fuggire presso il re dei Parti, ma fu raggiunto e barbaramente ucciso: decapitato, la sua testa fu prima portata sotto le mura di Bisanzio e poi esposta a Roma per scoraggiare i suoi sostenitori.
In tale tragico modo finì l'avventura imperiale di Gaio Pescennio Negro, imperatore per pochi mesi e solo per le province orientali.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
DECIMO GIUNIO GIOVENALE
 
o meglio Decimus Junius Juvenalios nacque ad Aquino verso il 55 d.C., fu adottato poi da un ricco liberto e sembra abbia anche ricoperto cariche pubbliche in questa Città.
A Roma, città del benessere, del "consumismo" e dello sfarzo, scrisse le 16 satire per cui è famoso, praticamente un'invettiva contro la mancanza di valori nella società opulenta romana e contro la corruzione dilagante ad ogni livello.
Delle sedici satire la più nota è la sesta e costituisce un attacco veemente contro i vizi delle donne, tutte corrotte, nobili o di umili origini che siano. È anche la satira che ha fatto passare alla storia la moglie dell'Imperatore Claudio, la celeberrima Messalina, ormai, per "merito" di Giovenale, per tutti esempio di donna dissoluta e depravata.
Tra le altre satire, le più "illuminanti" circa il clima dell'epoca, sono la prima, in cui il poeta afferma che la corruzione dilagante lo spinge a scrivere, e che per evitare le più che certe reazioni violente degli uomini del suo tempo, parlerà dell'immoralità dei tempi passati; la terza, in cui parla di Umbricio, suo amico, costretto ad allontanarsi da Roma perchè non resiste allo spettacolo dei vizi che la inquinano; la quinta sferzante satira contro la cortigianeria e lo stupido uso del potere, in cui narra la storia di un grosso rombo che si fa pescare per essere offerto a Domiziano che convoca un consiglio di dignitari per decidere in che modo cuocerlo; la settima in cui depreca la triste condizione dei letterati; l'ottava, in cui afferma che l'unica vera nobiltà è quella dell'animo; la dodicesima, in cui si scaglia contro chi cerca la ricchezza ad ogni costo, in questo caso attraverso la "caccia" ai testamenti; la tredicesima in cui consola l'amico Calvino che, fiducioso, ha prestato denaro che poi non gli è stato restituito; la quattordicesima in cui tratta della responsabilità dei genitori nell'educazione dei figli, da attuarsi non con l'imposizione, ma soprattutto tramite l'esempio; la quindicesima in cui attacca le superstizioni religiose.
Non c'è bisogno di rimarcare la profonda analogia con il clima morale d oggi, né c'è da meravigliarsi che dando fastidio ai potenti, qualcuno di questi ultimi non abbia perdonato gli attacchi che non risparmiarono, come s'è visto, nemmeno i personaggi della famigli imperiale.
Sembra infatti che sia morto in esilio molto lontano da Roma, tra il 135 e il 140 d.C., quindi più che ottuagenario.
Del nostro poeta sono i celeberrimi detti che vanno dall'ottimistica "mens sana in corpore sano" agli amari "sed quis custodiet ipsos custodes?" e "panem et circences" di cui si accontenterebbero tanti uomini, non desiderosi d'altro - secondo lui - che di mangiare e divertirsi
 

 


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24/09/2017